“Un importante momento di apertura” secondo il preside dell’istituto, il professor Damiano Gurisatti
Ci sono diversi modi di considerare un’esperienza scolastica, quella che si racconta attraverso i numeri e l’offerta didattica: 75 studenti dell’Istituto Tecnico Industriale “G. Bearzi” di Udine (ben due terzi del triennio), tre destinazioni europee (Malta, Dublino e Barcellona), due settimane di mobilità internazionale finanziate dal Pnrr, lezioni di inglese orientato al lavoro ed escursioni culturali. E quella che segue una narrazione esperienziale basata sulle esitazioni, le piccole paure, ma soprattutto la voglia di esplorare e mettersi alla prova in contesti estranei. «Per alcuni di noi è stata già una sfida prendere un aereo da soli», racconta Gioele, uno degli studenti appena rientrati da Malta.
Il progetto non è nato per caso, ma frutto di una prima e ben riuscita esperienza a Dublino avvenuta durante il precedente anno scolastico, alla quale hanno partecipato solo 15 alunni. “Quest’anno, grazie ai fondi del Pnrr, abbiamo voluto offrire un’opportunità più ampia e meno elitaria, per permettere a tanti ragazzi di uscire dalla propria zona di comfort”, spiega il professor Gurisatti, preside dell’Istituto Tecnico. “Molti erano agitati prima di partire”. Ed è forse proprio questa agitazione la materia educativa più preziosa, perché porta in seno l’immagine di una scuola che prepara al mondo reale.
Noè, alunno di informatica, alla sua seconda esperienza all’estero, racconta con entusiasmo come le lezioni di inglese, più che sterili ore di grammatica, siano state spazi dedicati alla conversazione e al racconto di sé stessi. L’ha ribadito più volte, quasi a voler sottolineare il valore per i giovani di potersi raccontare. Concetto avvalorato da Gioele, che ha seguito lo stesso percorso.
Non solo lezioni ma anche workshop, in cui gli alunni, in questo caso, sono stati invitati ad individuare e risolvere problemi reali dell’isola. E il progetto proposto dai due diciassettenni insieme ad altri compagni è stato tutt’altro che banale: si sono immaginati una struttura gonfiabile, con calcolo preciso della struttura e dei costi dei materiali, in grado di abbattere l’inquinamento acustico e ambientale dei cantieri maltesi. La narrazione si è poi spostata sulle famiglie ospitanti, dove i ragazzi non solo si sono dovuti confrontare con abitudini diverse, ma misurare anche con la responsabilità di essere, per 15 giorni, rappresentanti della propria scuola.
Da un punto di vista gestionale la sfida è stata notevole, sottolinea il Preside: rimodulare la pianificazione didattica per conciliare stage, lezioni e riorganizzazione del calendario scolastico; superare le difficoltà burocratiche del bando finanziato dal PNRR grazie all’ufficio interno di progettazione; essere responsabili di 75 ragazzi, alcuni dei quali alla prima esperienza all’estero, per quanto coadiuvati da sei professori; tranquillizzare i famigliari.
Non sorprende allora che il preside definisca tutto questo “un importante momento di apertura”. Apertura geografica, certo, ma soprattutto mentale. Per gli studenti e, in modo meno visibile ma altrettanto significativo, per i docenti stessi, costretti a ripensare tempi, programmi e modalità educative.

